| «Mi alzai dal banco degli imputati
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| L’avvocato mi tirava per la manica per farmi capire che non dovevo parlare
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| Aveva l’aria impaurita
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| L’aria di chi non sa come gestire una situazione
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| Come se al posto mio ci fosse lui
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| Ero stato 48 ore chiuso in una cella a pensare a cosa dire
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| Mi avevano fatto dormire con le luci accese
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| L’aria gelida e una coperta che puzzava di piscio
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| Mentre mi ripetevano: „Questa volta sono cazzi tuoi
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| Questa notte finite tutti in galera“
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| Avevo avuto giusto il tempo per cercare di non sembrare una cattiva persona,
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| abbassandomi i capelli, togliendomi quei bracciali dal polso e le collane dal
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| collo, come fossero catene che mi imprigionavano in un’altra persona
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| Pensavo a mia madre, a quanto aveva fatto per evitarlo
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| Ero davanti al bivio, Dante lo descrive come un’immensa voragine che si
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| spalanca nelle viscere della terra
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| Questa cavità sotterranea si è aperta quando Lucifero, cacciato dal cielo dopo
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| la sua ribellione a Dio, fu scaraventato al centro della terra
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| Mi alzai in piedi e dissi: „Signor Giudice, ho sbagliato“
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| E mentre l’avvocato mi tirava per quella manica pensavo solo: „Io non voglio
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| finire cosi“
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| E qualcuno lassù
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| Lo sentì» |